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Posts Tagged ‘bolivia’

A come Asado: su alcune cose si punta sulla qualitá…e sulla carne argentina, non si risparmia;

B come Buenos Aires: sicuramente la cittá che mi ha impressionato di piú, per cultura, divertimento e molto altro. Peccato per il tempo…ma ci sará una prossima volta;

C come Carretera de la muerte: indeciso fino all’ultimo se “farla” o meno, si è rivelata una piacevole e adrenalinica sorpresa. La pioggia ha reso il tutto piú estremo;

D come Descansar: riposarsi. Quando si è continuamente in viaggio, bisogna trovare il tempo per ritagliarsi i propri spazi e cazzeggiare un pó;

E come Entusiasmo: non deve mancare (MAI) per affrontare un viaggio da solo di due mesi. Perchè per quanto bello possa essere, comporta anche molto stress e imprevisti. Specialmente se non hai valvole di sfogo e parli italiano, per la prima volta, escludendo la cornetta del telefono, 10 giorni prima di rientrare con una ragazza svizzera;

F come Francesi: sicuramente i piú odiati. Per le ragioni servirebbe un post ( forse un blog) a parte;

G come Giorni 53: da Rio a Lima. Saltando da un bus all’altro, incontrando vecchi amici e conoscendo persone nuove, da cittá vivissime a paesaggi mozzafiato. Un mix perfetto;

H come Huayna Potosì: uno dei 6000 piú facili da scalare. Cosí dicono. Lo ricorderó come l’alba piú alta mai vista;

I come Italia: alla fine pur con tutti i difetti che può avere, quando sei all’estero guardi il tuo paese con un pizzico di nostalgia;

L come La Paz: cittá senza troppo da dire, ma ottima base per spostarsi in tutta la Bolivia, assoluta rivelazione del viaggio;

M come Macchu Picchu: qualsiasi trekking uno scelga di fare per arrivarci, questa è una delle poche volte dove la meta finale offusca il percorso…e non potrebbe essere altrimenti;

N come Noia: quella che poteva essere una paura (viaggiare da soli) si è trasformata in una risorsa. Noia questa sconosciuta: non un pranzo o una cena da solo, a meno che non fossi io a volere stare solo;

O come Ora: come il testo della canzone di Jovanotti. Se non ORA, quando?;

P come Passaparola: molto piú utile e aggiornato della Lonely Planet, è fondamentale fidarsi di chi viaggia in direzione opposta per consigli sul da farsi e risparmiare tempo, quando possibile;

Q come Quechua: non solo la lingua degli Inca, ma anche, e soprattutto, brand utilissimo per il trekking e non solo;

R come Rio de Janeiro: sulle spiagge nulla da dire, forse l’unico piccolo rimpianto di averla scelta come meta iniziale e di non essermi goduto al 100% la movida carioca causa jetlag. Come per BA, ci sará una prossima volta;

S come Spagnolo: fondamentale per cavarsela in Sudamerica, specialmente viaggiando da solo, per contrattare prezzi, per avere uno sconto a ristorante o in un tour organizzato, per chiacchierare di calcio con i taxisti e per impezzare le cameriere a ristorante;

T come Thechinup.wordpress.com: all’inzio molto scettico se scrivere il blog, mi sono sempre piú convinto della sua utilitá con il passare del tempo. Un momento per fermarsi, guardare indietro, e fare il punto della situazione;

U come Uyuni (Salares de): se dovessi fare una classifica, questo paesaggio irreale, sarebbe probabilmente al numero 1;

V come Volare: un solo volo interno, Rio-Iguazu. Poi solo autobus, in vero spirito backpacker;

Z come Zaino: come una lumaca, costituisce la tua casa per la durata del viaggio. Da custodire con gelosia, utilizzando ogni spazio utile, senza peró esagerare, per evitare troppi chili sul groppone.

Thats all folks!!

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Sembra il mercato di frutta e verdura. Anzichè ortaggi, si vendono biglietti del bus. Siamo al “Terminal Terestre”.
Tutte le signorotte delle varie agenzie gridano nome della destinazione e prezzo, l’orario è praticamente sempre lo stesso, creando un vero e proprio cartello, annullando, di fatto, il libero arbitrio di chi deve viaggiare. Le grida assordanti vogliono convincere qualcuno a comprare un “pasaje” per chissá dove, come se chi si trova al terminal terestre fosse lì per caso e decidesse di fare il classico “acquisto d’impulso”, un pó come le caramelle al supermercato subito prima della cassa.
Il terminal terestre è il minimo comune denominatore di tutte le cittá boliviane.

Detto del terminal, come non citare il viaggio vero e proprio..Non solo a causa delle distanze tra le varie cittá principali, il backpacker medio viaggia di notte, anche per a) risparmiare tempo b) per non pagare i 40 bolivianos (5 euro) di una notte in ostello…e si sa, con la crisi, non si butta via niente.
Viaggiare di notte è una costante, in argentina avevo giá preso 2 pullman da 20 ore ciascuno, e non ero spaventato..ma quando sei nel tuo “asiento” e vedi entrare dalla porticina un signore ben piazzato con una coperta di alpaca grossa una spanna, inizi a chiederti se fará freddo…la risposta è scontata. I finestrini non si chiudono!!! A quel punto prendi giacca, guanti, sciarpa, musica a tutto volume, per cercare di isolarti dal mondo, e inizi il conto alla rovescia. Arrivi a destinazione, nel mezzo della notte, congelato.

Detto del freddo, sono stato fortunato a non avere mai incontrato intoppi per la strada. Uyuni-Potosí-Sucre-La Paz-Copacabana. Bus freddissimi, ma quantomeno puntuali. Mai cantar vittoria. Infatti, è arrivato il giorno in cui ho dovuto attraversare la frontiera Bolivia – Peru. Dopo un’attenta analisi scelgo la compagnia, ma mi sento dire: carretera blocada. Cazzo! Nonostante fosse la capitale inca, “non tutte le strade portano a Cuzco”: infatti ne esiste una sola ed è bloccata! Esattamente la sensazione che provi quando a monopoli, peschi l’imprevisto e devi stare fermo un turno. Parto il giorno seguente.
Il bus è turistico, si siede accanto a me la persona piú grossa del bus, inizia a tossire: ha una bottiglia (per bere penso io) e invece sputa dentro il catarro. Svita il tappo, sputa e riavvita. Svita, sputa e riavvita. NOSTOP. Quello davanti a me, nemmeno siamo partiti, e inclina il sedile. Io ho il posto finestrino: sono fregato. Spero che da un momento all’altro l’arbitro fischi la fine. Facciamo scalo, il ciccione scende! È fatta!

Arrivo a Cuzco, sono le 5e30 di mattina, mi aspetto una cittá deserta. Così è, fino a quando vedo la via dell’ostello: è piena di gente – non si riesce a passare! C’è una processione per non so quale santo patrono, e io, istintivamente, ne invoco altrettanti a fargli compagnia…

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Metto tutti i vestiti dentro lo zaino alla rinfusa, ho dormito 2 ore e alle 7.30 devo ritirare la T-shirt celebrativa “I survived the death road”, prima di prendere il bus per Copacabana, sulla riva del lago Titicaca, al confine con il Perú.

Il giorno prima, ultimo a La Paz, prevedeva la Carrettera della Muerte. Questa strada è rinomata per essere la piú pericolosa al mondo e collegava la foresta amazzonica a La Paz. Fino al 2006, macchine, camion, biciclette la trafficavano, ora è esclusivamente un’attrazione turistica, ma non per questo meno pericolosa (fonti ufficiose parlano di 2 turisti in media morti ogni anno e non piú tardi di 3 giorni prima una ragazza ci ha lasciato una retina).
Sono 30km di strada sterrata con un dislivello di circa 2000mt.

Piove, c’è nebbia e la pericolosità del tragitto aumenta esponenzialmente, ma si sa, “no risk, no fun”. Siamo in 4: io, Chris, la sua ragazza e Dave, un ragazzo australiano sosia di Egon dei Ghostbusters. Il tempo ci impedisce di goderci il panorama, ma la “biciclettata” (cosí l’avevo spacciata a casa, per evitare preoccupazioni “inutili”) è assolutamente mozzafiato.

Alla sera decidiamo di vederci per cena e poi proseguire i festeggiamenti, essendo l’ultima serata insieme a Chris.
Come avevo giá sospettato, in ostello, la maggioranza dei ragazzi non ha il raffreddore, tanto che, per paura che un raid della polizia possa cogliere con “il naso nella marmellata” qualche ragazzo, il bar dell’ostello chiude inusualmente alle 22.
Dobbiamo quindi cercare un’alternativa per la nostra serata. Ci buttiamo in un taxi senza idee e ci affidiamo al taxista. Risultato rivedibile: il locale è affollato esclusivamente da boliviani, etá media 30. La cosa piú buffa è che sono schierati tutti su due lunghe file, ballando letteralmente a specchio…e poi ci siamo noi, i gringo, nel mezzo della pista a creare un pó di scompiglio.
Dopo un’ora circa, riaccompagniamo Nina, la ragazza di Chris, a casa, prima di proseguire per una serata soli uomini…in questi casi il finale è già scritto: lei fa gli occhi dolci, lui si fa intenerire e rimane in ostello con lei. Detto, fatto.

Chris mi abbraccia, si scusa, e mi dice “I really miss travelling with you, we were great. I had that feeling that after one night in whatsoever hostel, with some pasta and some wine, we were owning the fucking place”. Sorrido, un pó ha ragione!

Ma la notte è ancora giovane per andare a letto: queste serate qui, nate per caso, si rivelano sempre le migliori…

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La Paz is a massive slum, just good to get drunk…cosí mi era stata introdotta la capitale piú alta del mondo, e in effetti la prima impressione è stata proprio questa.
Ma facciamo un passo indietro…

Salutato Chris a Uyuni per ragioni amorose (sue), parto alla volta di Potosí, ancora una volta solo..nemmeno il tempo di sedermi sul bus, che incontro Charles, ragazzo inglese di 19 anni, con il quale condividero i giorni successivi..

Potosí, la cittá piu alta del mondo (4060mt), è rinomata per le sue miniere, in particolare quelle d’argento, che l’hanno resa ai tempi dell’invasione spagnola una delle cittá piú ricche del mondo. Non si fa fatica a notarlo se si passeggia per la cittadina: piena di chiese ed edifici coloniali..
Tuttavia gli sfarzi del passato, sono sostituiti dagli stenti odierni. Infatti, la chiesa principale è in ricostruzione da sette anni e i lavori di sono sovvenzionati principalmente con i fondi stanziati dal governo giapponese, interessato alle miniere di litio, poco lontane dalla città.

Si decide cosí di fare l’escursione alle miniere. Il gruppo è composto, oltre che da me e Charles, da due ragazzi che avevo giá incontrato a San Pedro, da una ragazza americana e da due signori sulla 40ina (che scopriremo in seguito essere un fotografo e il corrispondente per il Sudamerica del Washington Post).
La visita non è affatto turistica, al contrario di quello che mi aspettavo: abbiamo strisciato a terra, ci siamo arrampicati, abbiamo sollevato sacchi di pietra e vangato, proprio come i veri minatori…

E’ stato tutto molto intenso: non solo fisicamente, considerando l’umiditá e il fatto di essere 400mt sotto terra, ma anche emotivamente, specialmente quando abbiamo parlato con un ragazzo di diciassette anni che lavora in miniera da 4 anni….e ringrazi il cielo di avere avuto la fortuna di essere nato nel “posto giusto”.
Terminata la visita, davvero molto interessante, i giornalisti del Washington Post ci invitano a pranzo per raccogliere le nostre impressioni sulla visita…chi l’avrebbe mai detto?! (l’articolo dovrebbe uscire tra un paio di settimane )

Prima di proseguire per La Paz, facciamo scalo a Sucre, cittá che mi sorprende piacevolmente per il suo stampo europeo. Qui servono due giorni di riposo, per riprendersi dalle fatiche del tour dei salares e delle miniere e perchè, una volta arrivati a La Paz, ci aspetta il trekking dell’Huayna Potosí. Infatti, sul bus per Sucre, incontriamo una coppia austriaca, i “Messner” della situazione, che ci convincono a fare il trekking con loro.

Il nostro bus (12 ore – condizioni climatiche impegnative) arriva a La Paz alle 7.30. Alloggiamo nel piú classico dei party hostel e, in attesa del check-in, ammazziamo il tempo nella lounge. Ogni ragazzo/a che passa, tira su con il naso, ma non penso abbiano tutti il raffreddore…

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