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Archive for agosto 2012

Metto tutti i vestiti dentro lo zaino alla rinfusa, ho dormito 2 ore e alle 7.30 devo ritirare la T-shirt celebrativa “I survived the death road”, prima di prendere il bus per Copacabana, sulla riva del lago Titicaca, al confine con il Perú.

Il giorno prima, ultimo a La Paz, prevedeva la Carrettera della Muerte. Questa strada è rinomata per essere la piú pericolosa al mondo e collegava la foresta amazzonica a La Paz. Fino al 2006, macchine, camion, biciclette la trafficavano, ora è esclusivamente un’attrazione turistica, ma non per questo meno pericolosa (fonti ufficiose parlano di 2 turisti in media morti ogni anno e non piú tardi di 3 giorni prima una ragazza ci ha lasciato una retina).
Sono 30km di strada sterrata con un dislivello di circa 2000mt.

Piove, c’è nebbia e la pericolosità del tragitto aumenta esponenzialmente, ma si sa, “no risk, no fun”. Siamo in 4: io, Chris, la sua ragazza e Dave, un ragazzo australiano sosia di Egon dei Ghostbusters. Il tempo ci impedisce di goderci il panorama, ma la “biciclettata” (cosí l’avevo spacciata a casa, per evitare preoccupazioni “inutili”) è assolutamente mozzafiato.

Alla sera decidiamo di vederci per cena e poi proseguire i festeggiamenti, essendo l’ultima serata insieme a Chris.
Come avevo giá sospettato, in ostello, la maggioranza dei ragazzi non ha il raffreddore, tanto che, per paura che un raid della polizia possa cogliere con “il naso nella marmellata” qualche ragazzo, il bar dell’ostello chiude inusualmente alle 22.
Dobbiamo quindi cercare un’alternativa per la nostra serata. Ci buttiamo in un taxi senza idee e ci affidiamo al taxista. Risultato rivedibile: il locale è affollato esclusivamente da boliviani, etá media 30. La cosa piú buffa è che sono schierati tutti su due lunghe file, ballando letteralmente a specchio…e poi ci siamo noi, i gringo, nel mezzo della pista a creare un pó di scompiglio.
Dopo un’ora circa, riaccompagniamo Nina, la ragazza di Chris, a casa, prima di proseguire per una serata soli uomini…in questi casi il finale è già scritto: lei fa gli occhi dolci, lui si fa intenerire e rimane in ostello con lei. Detto, fatto.

Chris mi abbraccia, si scusa, e mi dice “I really miss travelling with you, we were great. I had that feeling that after one night in whatsoever hostel, with some pasta and some wine, we were owning the fucking place”. Sorrido, un pó ha ragione!

Ma la notte è ancora giovane per andare a letto: queste serate qui, nate per caso, si rivelano sempre le migliori…

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Over the top

Andare a letto alle 7 e svegliarsi alle 12.30. È capitato diverse volte.

Per la prima volta peró mi sono svegliato alle 12.30 di notte per fare trekking.
Svegliato è un parolone, perchè a 5100mt dormire non è facilissimo. Condividere la stanza, anzi il pavimento, con almeno altre 10 persone, specialmente se parte di queste sono guide boliviane che, tutti eccitati, guardano foto di ragazze europee, non aiuta.

Detto questo, alle 2 am parte la spedizione: obiettivo la vetta dell’ Huayna Potosi 6088mt. 900mt in salita, scarpinando sulla neve in notturna: ci proviamo!
Il gruppo è composto dai due ragazzi austriaci e da una ragazza inglese (Taz) aggregatasi la sera prima all’ ultimo momento ( Charles ha dovuto rinunciare a causa di un’infezione alimentare). Per ogni coppia é prevista una guida: io e Taz siamo con Araña, il ragno. Tutti e tre siamo legati dalla stessa corda, Araña è il primo, Taz seconda e io a chiudere la fila.

In piena notte, vedi due cose: il cielo stellato sopra di te e la corda che ti lega alla persona davanti a te, nulla piu. Devo ammettere che è abbastanza frustrante non vedere l’obiettivo finale, ma forse è stato meglio cosí.
Mi sveglio con un gran mal di pancia: non ci voleva! Il the con foglie di coca sembra fare il suo dovere almeno fino ai 5500mt, poi inizia a farsi dura, specialmente perchè l’acqua è ghiacciata e bere acqua fredda con il mal di stomaco non è il madsimo. La mia posizione di ultimo del gruppo mi permette di regolare il ritmo: quando la corda è tesa capisco che devo accelerare un pó, quando è blanda posso rifiatare.
5700mt, vedo le luci di La Paz. 5800mt,vedo la vetta della montagna. 5900mt, vedo la vetta della montagna, sembra non essersi mossa, qui mi rendo conto che non riuscirò ad arrivare in cima, il nuovo obiettivo sono i 6000mt. Ultimi sforzi, passo dopo passo.

6000mt, finalmente!, inizia ad albeggiare, il paesaggio è fantastico. Mancano 88mt, è il tratto piú difficile e faticoso dell’intera camminata, manca ancora un’ora per 88mt, non ne ho piú.

Appoggio il mio zaino per terra, mi ci siedo sopra e mi godo l’alba spettacolare, sono contento cosí.

Punta alle stelle, al massimo cadrai sulle nuvole…

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La Paz is a massive slum, just good to get drunk…cosí mi era stata introdotta la capitale piú alta del mondo, e in effetti la prima impressione è stata proprio questa.
Ma facciamo un passo indietro…

Salutato Chris a Uyuni per ragioni amorose (sue), parto alla volta di Potosí, ancora una volta solo..nemmeno il tempo di sedermi sul bus, che incontro Charles, ragazzo inglese di 19 anni, con il quale condividero i giorni successivi..

Potosí, la cittá piu alta del mondo (4060mt), è rinomata per le sue miniere, in particolare quelle d’argento, che l’hanno resa ai tempi dell’invasione spagnola una delle cittá piú ricche del mondo. Non si fa fatica a notarlo se si passeggia per la cittadina: piena di chiese ed edifici coloniali..
Tuttavia gli sfarzi del passato, sono sostituiti dagli stenti odierni. Infatti, la chiesa principale è in ricostruzione da sette anni e i lavori di sono sovvenzionati principalmente con i fondi stanziati dal governo giapponese, interessato alle miniere di litio, poco lontane dalla città.

Si decide cosí di fare l’escursione alle miniere. Il gruppo è composto, oltre che da me e Charles, da due ragazzi che avevo giá incontrato a San Pedro, da una ragazza americana e da due signori sulla 40ina (che scopriremo in seguito essere un fotografo e il corrispondente per il Sudamerica del Washington Post).
La visita non è affatto turistica, al contrario di quello che mi aspettavo: abbiamo strisciato a terra, ci siamo arrampicati, abbiamo sollevato sacchi di pietra e vangato, proprio come i veri minatori…

E’ stato tutto molto intenso: non solo fisicamente, considerando l’umiditá e il fatto di essere 400mt sotto terra, ma anche emotivamente, specialmente quando abbiamo parlato con un ragazzo di diciassette anni che lavora in miniera da 4 anni….e ringrazi il cielo di avere avuto la fortuna di essere nato nel “posto giusto”.
Terminata la visita, davvero molto interessante, i giornalisti del Washington Post ci invitano a pranzo per raccogliere le nostre impressioni sulla visita…chi l’avrebbe mai detto?! (l’articolo dovrebbe uscire tra un paio di settimane )

Prima di proseguire per La Paz, facciamo scalo a Sucre, cittá che mi sorprende piacevolmente per il suo stampo europeo. Qui servono due giorni di riposo, per riprendersi dalle fatiche del tour dei salares e delle miniere e perchè, una volta arrivati a La Paz, ci aspetta il trekking dell’Huayna Potosí. Infatti, sul bus per Sucre, incontriamo una coppia austriaca, i “Messner” della situazione, che ci convincono a fare il trekking con loro.

Il nostro bus (12 ore – condizioni climatiche impegnative) arriva a La Paz alle 7.30. Alloggiamo nel piú classico dei party hostel e, in attesa del check-in, ammazziamo il tempo nella lounge. Ogni ragazzo/a che passa, tira su con il naso, ma non penso abbiano tutti il raffreddore…

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San Pedro de Atacama potrebbe essere tranquillamente l’ambientazione di un film western. Il nostro ostello si trova nella calle principale ed è circondato da tour operator che organizzano ecursioni sia nel deserto di atacama che per il salar di uyuni. In questo piccolo pueblo, le agenzie turistiche sono seconde solamente ai cani randagi che ne popolano le viuzze…
Gli animali randagi sono molto comuni e vengono nutriti dalla gente del posto, così come il gatto che trovo appollaiato nel letto a castello quando entro in camera…

Io e Chris decidiamo di fermarci 3 notti a San Pedro, prima di proseguire in Bolivia per il Salar de Uyuni. Con Chris mi trovo bene, anche se è un po sbadato e, fra i due, il tedesco sembro io. Ne ho avuto la conferma quando ha perso la carta di credito e gli ho dovuto anticipare i soldi del tour, in un vero e proprio contrappasso economico.

Le attività a San Pedro si sprecano: sicuramente vale la pena fare sandboarding cosí come è da provare il bagno nell’acqua a 10 gradi nella Laguna Cejar. Tuttavia, il tour da scegliere con cura è quello per il Salar de Uyuni, sia per il prezzo, ma soprattutto per gli altri compagni di viaggio con i quali dobbiamo condividere i prossimi 3 giorni.

La Lonely Planet recita “Quality doesnt come at cheap prices”, quindi optiamo per il tour leggermente piu costoso, ma, impezzando un pò il tipo dell’agenzia, riusciamo a strappare uno sconto del 10%.
Ogni agenzia organizza generalmente 2 jeep da 6 persone ciascuna. Gli stiamo simpatici e vogliamo sapere di che nazionalitá sono gli altri partecipanti. Sbirciamo nel suo registro e nell’ordine vediamo: 4 persone con lo stesso cognome e la stessa nazionalitá: FRANCIA, 2 ragazze spagnole e la coppia di ragazzi francesi che è in ostello con noi e che a fatica ci saluta.
Gli facciamo intendere che gradiremmo spedire i “galletti” tutti nella stessa jeep. Lui si mette a ridere, evidenzia i loro nomi e ci tranquillizza. Ci sentiamo molto fieri  perchè stiamo curando nei minimi dettagli ogni particolare del nostro tour. ( Ci renderemo conto solo la mattina della partenza che siamo sprovvisti sia di carta igienica che di guanti, considerando che i dorm a 4000 metri saranno alquanto spartani).

Come detto, in ostello si è tutti amici e cosí, non si sa bene come, si organizza, la sera prima di partire per il tour, un barbecue per 12 persone. Alcuni ragazzi vanno a fare la spesa, cosí chiedo a Chris di comprare qualche bottiglia di vino per il tour. Uscito dalla doccia gelida mi avvicino alla brace per riscaldarmi. A quel punto un carneade domanda “who’s cooking?”…sento Chris rispondere “el Tano cocina”…La mia voglia rasentava lo zero, ma si sa, all’ estero non bisogna deludere certi stereotipi…

La mattina della partenza ci rendiamo conto che nella lista dei “DOs & DONTs” oltre ai guanti e alla carta igienica, si raccomanda di evitare carne rossa e alcolici a causa dell’altitudine…

Come si suol dire, chi ben comincia…

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Salutati Ciro e Daniel a Rio, Manuel, Ignacio e Gaston a Montevideo, Fiona e Juanjo a Buenos Aires, inizia l’avventura solitaria.

La regione di Salta è la piú povera in Argentina e la cittá in sè ha poco da offrire, se non il fatto di essere un ottimo hub per gli spostamenti verso Cile o Bolivia. Poco prima di partire, vedo che sale sul bus anche un altro ragazzo europeo, probabilmente ancora stordito dalla movida argentina: la mia esperienza di “solo traveller” dura quindi il tempo di un viaggio in bus ( per la gioia della mamma).
Arrivati a Salta, Chris, il ragazzo tedesco, mi segue all’ostello e scopro che abbiamo lo stesso itinerario e, viaggiando anche lui da solo, è molto probabile che proseguiremo insieme. Le prime ore sono fondamentali per capire se può essere un buon compagno di viaggio e quando mi racconta del suo servizio civile in Ecuador per 1 anno e del suo erasmus in Russia, mi convinco definitivamente.

Quando viaggi da solo, in ostello, sono tutti tuoi amici e offrire una bottiglia di vino bianco spesso aiuta a far sbottonare anche lo svizzero piú timido…poi c’è la ragazza francese alla ricerca di se stessa, che ha abbandonato giurisprudenza a 1 esame dalla laurea, e, chiaramente, non poteva mancare l’australiana in anno sabbatico.Il gruppo è vario: alcuni partono il giorno dopo, altri si fermano di piú e la sera successiva è di nuovo la stessa musica.

Come detto a Salta, non c’è molto da fare, cosí si decide per l’escursione alla “Quebrada de Humahuaca” a nord di Salta. I paesaggi sono stupendi, così come i lineamenti inca delle popolazioni indigene.

La guida mi prende subito di mira e inizia a chiamarmi “El Tano” (abbreviazione di Italiano), Chris sembra molto divertito dal nickname e penso che non me lo scolleró di dosso per le prossime settimane.

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“I programmi sono volutamente vaghi, abbiamo piu voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito.[…] Ci preoccupiamo piu di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare: l’approccio cambia completamente.” cit. “Lo Zen e l’arte della manutenzione della bicicletta”

Sono sul bus che da Buenos Aires mi porta a Salta, un viaggio di piu di 20 ore, e niente mi suona piu vero delle parole che leggo. Finalmente, ho trovato l’ispirazione per mettere nero su bianco queste prime due settimane di viaggio.

Il tassista che mi porta al Retiro, stazione del bus, è molto loquace, tanto da meritarsi una lauta mancia, e non solo per i complimenti fatti al mio “castellano”.

Mi spiega che “Salta es muy perigrosa” ma quando gli racconto che sono stato 5 giorni a Rio sembra tranquillizarsi. Da qui parte il flash back: gli spiego che a Rio ero ospite di un amico e che si percepisce un forte divario sociale, che mi sono innamorato delle sue spiagge (piu ipanema che copacabana), ma che ho fatto pochissime foto, per paura di essere aggredito. Gli ho raccontato delle cascate dell’iguazu che sono “muy hermose”, cosí come le ragazze argentine, a differenza di quelle brasiliane (gimmi questa è per te). Sono rimasto affascinato da Baires, dalla sua storia, dal suo essere così europea e italiana, tanto dal teatro Colon quanto dalla Boca. Abbiamo parlato della rivalitá tra Argentina e Uruguay e gli ho detto che per quanto preferissi Buenos Aires a Montevideo, gli argentini vanno in spiaggia a Punta del Este, la Saint Tropez del Sudamerica.

E poco importa, se lo sciopero alla metro mi ha fatto perdere un traghetto o se a causa della nebbia, il mio traghetto è stato posticipato di 4 ore…perchè, a volte, è meglio viaggiare che arrivare.

“Mucha Suerte” mi ha detto il tassista
“Muchas Gracias, la necesito” gli ho risposto.

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