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Archive for ottobre 2010

Vivere all’estero per un certo periodo ti permette più facilmente di conoscere nuove culture e nuove persone. Spesso scopri cose che non sapevi e insegni loro altrettanto.

L’altro giorno sono venuto alla scoperta di TED: una conferenza mondiale la cui mission è di condividere “Ideas Worth Spreading”. Il relativo sito internet, raccoglie una serie di interventi di personaggi più e meno famosi, che condividono le loro esperienze di vita.

Così, ho trascorso un giorno intero ad ascoltare i più svariati interventi: da Job Gates a JK Rowling fino ad ascoltare quelli che fino a pochi momenti prima erano perfetti sconosciuti.

Quasi per caso ho ascoltato Jessica Jackley, fondatrice di Kiva.org, che non avevo la più pallida idea di chi fosse e cosa facesse fino a qualche minuto prima, e, come spesso succede, ho trovato qualcuno che riuscisse a razionalizzare alcuni di quelli che sono stati i miei pensieri in questi mesi.

 

 

“The best way for people to change their lives is for them to have control and do that in a way that they believe is best for them”

G.

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In India le notizie dall’Italia, arrivano circa con 24 ore di ritardo.

E, se dopo l’uscita di scena dell’Italia dai Mondiali, tutti dispensavano consigli su convocazioni e tattiche, dopo l’intervista di Marchionne a Che tempo che fa, tutti gli italiani erano AD Fiat.

Ho ascoltato l’intervista: mi sono subito saltate alla mente le parole che il mio amico Giovanni aveva scritto qualche mese fa, sempre sulla questione FIAT.

“[…] Bisognerebbe aprire gli occhi di fronte alla globalizzazione.
Parlo a te, operaio di Pomigliano, come parlo a tutte le persone del mondo occidentale.
Se tu non sei disposto a farti il culo un po’ più di quanto non sei abituato (e cioè in Italia tendenzialmente molto poco), ci sarà qualcuno che lo vuole fare per te. Perchè mentre tu pensi a comprarti il cellulare nuovo, c’è gente al mondo che lo fa per fame. Se questo non lo capisci non è colpa della FIAT. Se un lavoro fatto da te costa il doppio che fatto altrove, lo si fa altrove, punto e basta. E la colpa, di nuovo, non è della FIAT, ma solo tua. Perché se la macchina che hai costruito costa un po’ di più delle altre, tu sei il primo a non comprarla. Perché quando fai la spesa, prendi pure le arance che vengono da Marte, se costano 10 centesimi in meno. Ma dietro ogni arancia che compri c’è una persona, che non ha venduto la sua. E che probabilmente perderà il posto di lavoro.
E’ ora di svegliarsi.Tutti, indistintamente.

E’ ora di capire che al mondo siamo sette miliardi e che ci sarà sempre qualcuno più bravo di noi. Se la FIAT facesse il bene di Pomigliano, sarebbe solo da ipocriti. Per salvare cinquemila posti di lavoro, se ne perdono centinaia di migliaia dopo 5 anni, quando le macchine troppo care non si vendono più, e la società fallisce.

Vorrei proprio venire nel parcheggio della tua fabbrica, a vedere quanti di voi hanno una FIAT.”

Ero d’accordo con quello che avevo letto allora, e lo sono tanto più adesso quando, guardandomi intorno in India vedo miseria e gente disposta a tutto per uscire dalla propria situazione.

Vedo gente che guadagna €1,5 al giorno e si spacca la schiena per portare a casa qualche moneta.
Se tu operaio/lavoratore italiano non sei disposto a farlo, c’è qualcuno nel terzo mondo, ma anche in Serbia e Polonia, che lo fa meglio di te.
Se tu operaio/lavoratore italiano non lo fai bene, come in Francia e Germania, non puoi pretendere la loro paga. Non è possibile che tu non vai a lavorare perché gioca il Napoli, perché  poi ti devi misurare con gente che lavora “no matter what”, perché ha FAME.

Allo stesso tempo, sono d’accordo anche con quelli che affermano che la FIAT ha una quantità di dipendenti non trascurabile, che ha avuto aiuti dallo Stato e quindi dai contribuenti ecc. e quindi non può trascurare l’Italia. Verissimo, ma non è possibile che in Polonia con 22.000 dipendenti si riesca a produrre tanto quanto tutti i cinque stabilimenti italiani.
Allora: io FIAT, rimango in Italia, ma tu operaio mi devi garantire che lavori tanto E bene. Non puoi fare quello che ti pare e pretendere che tutto ti sia dovuto.

Tutto questo per dire che guardo rassegnato all’Italia, paese che fa un passo avanti e quattro indietro.  Quasi abituati alla mediocrità dello status quo. Come dice Marchionne, la colpa non è del lavoratore ma è dell’ambiente. Mi sembra di vedere un Paese in caduta libera: in un periodo di crisi, il Paese è stato senza Ministro per lo Sviluppo Economico per cinque mesi. Forse non sarebbe cambiato nulla, ma almeno, ci sarebbe  stata una parvenza di serietà.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”
[Purgatorio, Canto VI]

G.

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Fare di ogni erba un fascio è sbagliato, a maggior ragione se si pensa di poter includere in uno stereotipo più di un miliardo di persone. Tuttavia, dopo ormai un mese dal mio arrivo in India, posso dire di averne viste di tutti i colori. Un post omogeneo è difficile da scrivere e per questo vado per punti.

Gli addetti dell’hostel office. A loro ho dedicato un intero post e quindi mi sembra superfluo ripetermi.

Il droghiere. In campus c’è un negozietto di fronte alla mensa che vende di tutto, dalla carta igienica (bene molto prezioso) alle patatine. L’unica cosa che sembra proprio non avere sono le sim card. Nonostante ci sia stato assicurato che vende schedine sim, farne una in questo piccolo shop è mission impossible.  Infinite volte mi sono presentato speranzoso che mi dicesse un sì, ma tutte le volte, indipendentemente dal mio tono di voce il risultato è stato il medesimo: head shake, faccia schifata. Morale, la sim l’ho fatta al Vodafone shop ufficiale fuori dal campus.

Per saperne di più sul body language indiano guardate qui: http://www.youtube.com/watch?v=3hCV2oO2akw.

La biglietteria dei siti Unesco a Badami e Pattadakal. In India nei siti turistici, ci sono tariffe diverse per indiani e stranieri. 10 rupie se sei indiano, 250 rupie (4€) se sei straniero. Noi nella categoria foreigners rientriamo fino ad un certo punto: il permesso di soggiorno, il visto, la student card ufficiale ci danno di diritto di “spacciarci” per indiani ed entrare in siti turistici a tariffa ridotta. Anche se 250 rupie sono comunque spiccioli, non ci diamo per vinti e decidiamo di combattere la burocrazia. L’attesa per entrare in siti pressoché deserti è mediamente di mezz’ora: la biglietteria non ci vuole fare entrare e noi non siamo disposti a sborsare 1 rupia di più. E’ diventata una questione personale.

L’addetto fa diverse chiamate, ispeziona meticolosamente le carte di tutti noi, richiama, ricontrolla: è veramente nel panico. Da un lato la possibilità di avere 2500 Rs. (250 per dieci ragazzi) al posto di 100, che valgono almeno come 2 settimane di lavoro; dall’altro lato la possibilità di ritornare ad oziare indisturbato dietro al bancone. Alla fine cede e riusciamo a entrare a tariffa ridotta.

Dopo Badami, il primo sito visitato, la stessa solfa si è ripetuta anche a Pattadakal. In questo caso avevamo anche il biglietto di Badami come ulteriore riprova della nostra “indianità”! Tuttavia non c’è stato niente da fare …questa entrata te la vogliono proprio fare sudare.

Gli studenti in campus. Strani li definirei, difficili da capire. Sembra che non dormano mai, i group meeting iniziano non prima di mezzanotte, ma spesso anche alle 2 di notte. Li senti ridere sguaiatamente nel mezzo della notte o ascoltare Enrique Iglesias o i Backstreet Boys a tutto volume nel mezzo del pomeriggio: sembra che facciano quel che vogliono non curanti degli altri. Come riescano ad annullare qualsiasi differenza tra notte e giorno, è qualcosa che devo ancora riuscire a capire.

Non escludo che entro la fine del semestre, ci sarà un nuovo post: Dealing with Indians – part II.

Stay Tuned

G.

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Il post di metà Exchange è ormai un classico. Ricordo che l’avevo fatto anche ai tempi degli US.

Anche se i giorni alle mie spalle sono più di quelli che ho di fronte a me, simbolicamente il 17 ottobre ha segnato lo spartiacque effettivo della mia esperienza.

Le lacrime di Malpensa sono un ricordo lontano ma vivo, così come il primo impatto con Dhaka e la settimana in villaggio, il buffet di Kuala Lumpur e i templi di Bangkok. Questo weekend saranno passate due lune piene dal FullMoon party, anche se sembra ieri. Poi c’è stata l’India, con i suoi alti e bassi, fino all’ultima settimana con l’acqua alla gola, per preparare questi benedetti esami.

Per quanto ricordi i bei momenti trascorsi con un sorriso malinconico, il traguardo sembra veramente vicino e le cose da fare altrettante: tre esami, tre report di gruppo e in mezzo il “fall break” a Goa e in Kerala, prima del viaggio nel Nord dell’India di fine semestre.

Sicuramente la distanza e la lontananza iniziano a farsi sentire e l’idea di riabbracciare “casa”, di una bella bistecca o di un piatto di tagliatelle, non mi lasciano certo indifferente, ma l’India ha ancora molto da darmi e non ho certo intenzione di lasciarmi sfuggire quest’occasione.

G.

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E’ tempo di esami a Bangalore. (Era ora diranno alcuni).

Primo parziale dato ieri, domenica, e prossimi tre parziali domenica prossima. Tre parziali in un unico giorno penso sia un guinness. Si inizia alle 8, si prosegue alle 10 e si conclude alle 14. Che il tutto avvenga di domenica è un dettaglio al quale ormai non faccio più caso.

Gli indiani hanno altri ritmi rispetto ai nostri/miei: come pipistrelli, la loro giornata di studio inizia alle 11 pm e sono reperibili via mail tranquillamente fino alle 4 del mattino; non mi stupisco quindi se al mattino in classe dormono tutti. Altri, invece, si sorprendono se studio già ora per un esame che è “solo” domenica prossima!

Per tutti quelli che aspirano ad avere una carriera manageriale, IIMB è “the place to be”, una mission impossible da raggiungere. Ogni anno l’Università riceve fino a 280.000 applications e 700 studenti si danno “battaglia” per quell’unico posto disponibile: “mors tua, vita mea”. E’ quindi normale che i 400 studenti che ogni anno varcano i cancelli di Bannerghatta Road, siano pronti a dare anima e cuore sui libri, non curanti di orari assurdi o festività alcuna, perché hanno la consapevolezza di uscire dopo due anni con un’offerta di lavoro in mano.

Bene, io mi devo misurare con alcuni di questi 400 che fra qualche anno saranno parte dell’elite della nazione e, poichè pare applichino la gaussiana, non è mio obiettivo ricoprire la coda sinistra della “normale”.

Wish me luck!

G.

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Quattro tedeschi, una francese, quattro italiani, un’austriaca e due belga. No, non è l’incipit della solita barzelletta, ma la composizione del gruppo con cui lo scorso weekend mi sono avventurato ad Hampi e dintorni,  capitale un tempo del regno hindu.

E’ necessario aprire una parentesi e spiegare il motivo per cui il viaggio è stato seriamente a rischio fino all’ultimo minuto.
Nel lontano 1992 gli hindu distrussero una moschea costruita durante la dominazione islamica in uno degli stati del Nord, rivendicando il possesso del terreno sul quale si trovava la moschea, poiché luogo di nascita di Rama, uno dei tanti dei venerati dagli hindu. Documentandomi sui vari siti internazionali (fortunatamente il TG1 e il TG5 lasciavano ignari i miei genitori dell’accaduto), ho scoperto che questa faida relativa al sito di Ayodhya, è seconda in termini di vittime solo dopo gli scontri fra India e Pakistan.
Cosa c’entra tutto questo?! Semplice, il 30 settembre, giorno della nostra partenza, il tribunale competente si doveva pronunciare sulla paternità del territorio.
Tutta l’India, noi compresi, era con il fiato sospeso in attesa del “Verdetto”. In caso di vittoria di una delle due fazioni erano previsti ulteriori scontri tanto che, per mantenere l’ordine, erano state mobilitate numerose truppe  in tutto il paese e molti negozi avevano deciso di chiudere i battenti.

[ http://www.bbc.co.uk/news/world-south-asia-11452271; http://www.bbc.co.uk/news/world-south-asia-11441890 ]

Mezz’ora prima della nostra partenza: il verdetto. Territorio diviso in tre parti e scongiurato qualsiasi pericolo. Possiamo partire!

Le strade di Bangalore sono completamente deserte e sembra di attraversare una città fantasma. Così come la città, anche il treno è semideserto, molte persone avevano cancellato il loro biglietto e eravamo quasi gli unici passeggeri, tanto da perdere quell’atmosfera che mi immaginavo di respirare in un treno indiano.

Nonostante la meta ultima del nostro viaggio fosse Hampi; il treno si ferma a Badami, dove ci aspettano tre taxi che ci accompagneranno anche a Pataddakal e Ahiole.

Stradine sterrate, mercatini, mucche in mezzo alla strada come se nulla fosse…ecco l’India rurale con la quale abbiamo il primo approccio. Badami è rinomata per i suoi templi incavati nella roccia; a Pattadakal (che è, insieme ad Hampi, uno dei due siti Unesco del Karnataka) invece ci sono templi veri e propri; ad Ahiole, invece, solo qualche sasso.
Qui siamo seguiti da alcuni bambini, non chiedono elemosina, ma si divertono a girarci intorno a scherzare con noi e si cerca di comunicare in qualche modo, mentre saliamo su una collinetta. Scendendo passiamo per il loro villaggio dove siamo assaliti da altri bambini tanto poveri quanto allegri. Chiedono al massimo qualche cioccolatino, qualche foto. Ci offrono qualche seme, ci stringono la mano e ci lasciano il loro indirizzo. Vogliono le foto fatte insieme.

Una volta ad Hampi, dopo cena, i ragazzi mi cantano “Buon Compleanno” ciascuno nella propria lingua d’origine.
Giornata surreale e sicuramente diversa, ma questo compleanno lo ricorderò per aver regalato un sorriso a qualche bambino.

G.

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