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Archive for settembre 2010

Thechinup.wordpress.com è nato due anni fa prima della mia partenza per gli USA. La ragione principale era condividere con i miei genitori, con Giulia e con parenti e amici, quelle che potevano essere le emozioni e le esperienze che ci si trova ad affrontare all’estero. Un diario di bordo insomma, che non si limitasse ad una semplice cronaca, ma che di tanto in tanto raccontasse quelle che erano le vicissitudini e gli aneddoti più divertenti e/o significativi. L’obiettivo era anche quello di avere la possibilità di rileggere le mie avventure e poter ricordare certi episodi con il sorriso.

Il blog è nato ed è destinato tuttora a me e a pochi intimi. Conclusa l’esperienza US non avevo più motivazioni a scrivere un blog; queste motivazioni sono però riemerse una volta arrivato in Bangladesh: sentivo nuovamente la necessità di condividere il diverso, mettermi davanti al computer per catturare tutte le immagini e le emozioni che mi passano per la testa, che sono tanto più confuse, quanto più è diverso l’ambiente nel quale mi trovo.

Qualche giorno fa, casualmente, trovo un commento nello Spam. Vorrei farti conoscere il servizio Paperblog, che ha la missione di individuare e valorizzare i migliori blog della rete. I tuoi articoli mi sembrano adatti a figurare tra le pagine del nostro magazine e mi piacerebbe che tu entrassi a far parte dei nostri autori.”

Incuriosito e lusingato decido di saperne di più.
Lo scopo di Paperblog è quello di offrire ai lettori del sito un’unica interfaccia che raccolga l’informazione sparsa nella rete e allo stesso tempo dare la possibilità ai blogger meno conosciuti di raggiungere un numero più elevato di lettori e farsi conoscere.
Inizialmente sono abbastanza dubbioso, non vedo vantaggi tangibili dalla cosa, anzi mi sembra che gli unici a guadagnare siano gli autori del sito, poiché per i blogger non è prevista alcuna ricompensa. Faccio un po’ di ricerca in rete e mi rendo conto che altri “blogger di professione” erano stati contattati.

Leggendo i loro commenti scopro che sono tutti interessati a “revenue sharing” oppure lamentano un’assenza di meritocrazia, poiché gli articoli più letti dovrebbero essere premiati. Altri ancora, hanno paura di perdere traffico nel proprio blog, perché la maggior parte dei lettori si fermerà a leggere su paperblog e non approfondirà sul proprio blog.

Sinceramente questo “orgoglio” non lo capisco, forse solo perché sono un blogger occasionale. Scrivo per me e non per gli altri, ma se altri apprezzano quello che scrivo, non ci vedo niente di male se questi leggono il mio blog, che poi lo facciano su Paperblog o sul mio blog non mi interessa.

Ho accettato la “collaborazione”, ma il mio target rimane invariato. Scrivo per voi e per me. E, se qualcuno mi contatta perché “trova la mia esperienza molto interessante, perfetta per la rubrica dedicata agli italiani che vivono all’estero.” e perché “leggendo i miei post traspare davvero come deve essere la vita nel subcontinente indiano”, tanto di guadagnato.

G.

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Sono stato sempre uno dai gusti difficili in termini di cibo, ma negli ultimi anni penso di essere migliorato molto.

L’India, ma specialmente la mensa del campus, sta mettendo a dura prova la mia capacità di adattamento.  Prima della mia partenza per l’India, con gli amici più cari, siamo andati a cena in un ristorante indiano a Milano; tornassi indietro, sicuramente la location sarebbe diversa.
Se colazione, pranzo e cena in mensa per tre mesi costano 3200 rupie, circa 56 euro, tanto quanto un antipasto e un secondo al Caminetto di Milano Marittima, le aspettative di certo non sono delle migliori.
La prima sera in campus, mi limito ad imitare gli altri exchange students, prendo un vassoio di alluminio e cerco piatti e posate. Ricerca vana, poiché tutti i ragazzi mettono il riso e altre zuppette varie direttamente nel vassoio. Le posate si limitano a cucchiaio e se proprio va bene qualche forchetta. Del coltello nemmeno l’ombra, ma essendo la mensa vegetariana, di carne da tagliare ce n’è ben poca. La carne è un miraggio e, se me lo potevo aspettare per il manzo, almeno un po’ di pollo qua e là mi sembrava d’obbligo. Ad onore del vero, ogni tanto un po’ di pollo “a pagamento” lo si trova.

Tuttavia, il pasto veramente ambito da noi Exchange sono i veg-noodles. Chiamarli spaghetti mi sembra un insulto, ma effettivamente è la cosa che più vi assomiglia. Ad inizio settimana, quando viene stilata la timetable dei pasti, si fa di tutto per assicurarsi di cenare in campus la sera che servono Veg-noodles, un vero e proprio non plus ultra.
Per completare la dieta di carboidrati ci sono poi i “chapati guy”, omarelli che preparano sul momento una specie di piadina, che serve più che altro per attutire il piccante. Nuovamente, chiedo venia a sua maestà la Piadina che, per un romagnolo come me, è un’istituzione.

Il traffico dell’India rende scomodo spostarsi per andare in centro a mangiare e così le “home deliveries” di Domino’s Pizza si sprecano. Almeno due volte a settimana ordiniamo la pizza in Campus e, in meno di mezz’ora, ci viene recapitata in camera. Gli ordini non sono mai inferiori alla dozzina di pizze e il “pizza man” si prende sempre una bella mancia, circa 10 rupie da ognuno di noi, per un totale di ben 2€, che, ad occhio e croce, è molto superiore alla sua paga giornaliera.

Questa è quella che in Economia si chiama “win-win strategy”: a noi la pizza, a lui il cash.

G.

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Day 45 – Settling at IIMB

L’assegnazione della stanza all’arrivo in campus è affidata alla dea bendata! Intorno al campus ci sono diversi “block” e a ciascun block è assegnata una lettera. Dall’ A alla J sono gli edifici vecchi e dalla K alla P gli edifici nuovi.

Al momento del check in, tutto questo non lo sai. Non sai la differenza abissale fra edifici nuovi e vecchi, non sai che da quella chiave dipende il tuo destino per i prossimi tre mesi.
E’ tutto assolutamente casuale e, come l’estrazione del lotto, l’addetto mette la mano all’interno dell’enorme contenitore delle chiavi, mescola un po’ ed estrae la chiavetta!

E204

E204, mi suona come L316, A201 e K115. Una lettera e tre numeri. Tutto qui.
Sono completamente ignaro della differenza fra le camere e appena entro non posso che rassegnarmi al mio destino. D’altronde sono in India e di certo non potevo pretendere la suite dell’Hilton come stanza.
I bagni sono in comune con il pianerottolo, una turca e un water, la carta igienica è un miraggio e per tirare l’acqua devi riempire un secchiellino per fare scorrere l’acqua. La doccia calda è un’utopia. Mi sentivo sempre più parte dell’Isola dei Famosi, unico problema non ci sono nominations e devi rimanere fino alla fine.

La prima sera parlo con qualche Exchange e mi dice che anche a lui era stata assegnata una camera negli edifici vecchi, ma che era riuscito a cambiare. Mi mostra la sua camera e appena entro mi stropiccio gli occhi: il paradiso. Quella camera, K nonsocosa, ha tutto ciò che la mia non ha!

La mattina seguente mi presento in ufficio e con molta pazienza chiedo il cambio. “No, it’s not possible – Rooms Full” mi sento rispondere con annesso ondeggiamento della testa e sguardo schifato. Amen, mi terrò la mia stanza.
La sera stessa incontro altri studenti, appena arrivati, ai quali è stata assegnata una camera nell’edificio nuovo. Eh no, mi dico, a farmi prendere in giro non ci sto! Giorno seguente stessa scena, “No possible – Rooms Full” e ondeggiamento della testa. A volte mi verrebbe veramente di prenderli a schiaffi, non riesco a capire se lo facciano apposta o perché gli scoccia. Sono arrivato giovedì notte e per quattro mattine consecutive sono andato all’ufficio a parlare con quattro persone diverse che davano sempre la stessa risposta.
Chi mi conosce, sa che non mi do per vinto facilmente e il lunedì sapevo che, in un modo o nell’altro, avrei avuto una nuova stanza.

“I want to change the room. I’ve come here 4 times and you said there were no rooms available, but that’s not true. I am not leaving the office untill I get a new room”

Le mie parole sono state seguite dal classico ondeggiamento della testa, ma da una risposta diversa “Let’s see what we can do”.

Al pomeriggio, stavo traslocando in N-206!

G.

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Day 40 – Again

Di nuovo.

Avrò pensato “di nuovo” centinaia di volte in questi primi giorni a Bangalore. Dopo il “paradiso all’improvviso” di KL e Bangkok, mi è sembrato di ritornare in Bangladesh. Fortunatamente, il mio allenamento era stato ottimo: il casino di Dhaka e la settimana in villaggio mi avevano temprato più che abbastanza.
A detta di tutti, Bangalore è la Silicon Valley indiana, magari vero nella sostanza ma poco all’apparenza. Il contrasto è stridente fra povertà e benessere: vedi mendicanti accanto ai Nike Store dove va a fare shopping la Bangalore bene. Il tutto diventa più accentuato se entri nell’hotel dove c’è il party di turno. Feste in piscina, europei e indiani insieme che si divertono al ritmo di musica indiana, rigorosamente fino alle 23.30. Dopo quell’ora i locali, per legge, spengono la musica e il party si sposta a casa di qualche pappone locale.

Tornando a me. L’arrivo in ostello è stato molto brusco, mi presento all’hostel office ma non c’è nessuno! Il poliziotto di turno fa un paio di chiamate e dopo una ventina di minuti vengono ad aprirmi per il check-in. Molto scortesemente, forse indispettiti perché arrivato troppo tardi, mi chiedono fotocopie di mille documenti: passaporto, visto, lettera di accettazione, assicurazione sanitaria e tre fototessere.  Chiedo di indicarmi una fotocopiatrice, ma l’uomo delle fotocopie è a cena. Dovrò tornare la mattina seguente. Sempre più incazzato il tipo mi indica la camera con una serie di gesti, “100 metri sono troppi per potermi accompagnare, eh?”.

Con una piccola chiavetta, apro il lucchetto che chiude la mia camera e… “et voilà”! Di nuovo!
La cella di prigione (3m x 4 m) nella quale entro, sarà la mia cameretta per i prossimi tre mesi. E’ multi accessoriata: brandina senza lenzuola, scrivania senza cassetti, un vecchio armadio scassato ricoperto di nastro adesivo e una patina di polvere che ricopre ogni oggetto.

In India la burocrazia è mastodontica, tanto da farmi rimpiangere quella italiana, che, a confronto, è paragonabile al Welfare State scandinavo. Alla mensa del campus, mi hanno negato una bottiglietta d’acqua del valore di 15 rupie perché non sapevo il mio numero di matricola, da scrivere in un registro con tutti gli acquisti del semestre. La cosa assurda è che molto spesso le risposte che ricevi variano a seconda del loro umore: ti guardano, muovono la testa a pendolo assumendo un’espressione schifata, e non capisci mai se la risposta sia un sì o un no.

Penso sia solo questione di tempo e di abitudine…so far so good!

G.

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In questi ultimi anni, ho avuto la fortuna di viaggiare molto. Zaino in spalla o trolley alla mano. Parti, arrivi, visiti gli highlights suggeriti, torni. Sempre di corsa.  Non sempre, per ragioni di tempo/cash, si ha la possibilità di fermarsi in una città per una settimana e viverla. E per viverla, non intendo il backpacker che viaggia tutto il sud-est asiatico in due mesi e poi lo ritrovi a fare colazione da Starbucks o al McDonald a cena, perché è stanco dei noodles. Il backpacking come “way of life” ti porta a vedere molto in poco tempo, ma quello che condividi, molto spesso non è con la gente del luogo, ma con gli altri backpackers di turno.

A Bangkok, mi sono fermato per una settimana, non sono uscito tutte le sere alla ricerca della festa di grido, ma ho vissuto da turista di giorno e da “expat” di sera. Non mi è pesato non andare nel ristorante consigliato dalla guida, ma cenare nei posti abituali di chi vive qui. Non cambierei il divano di casa di Edo per un “8 bed dorm” in Kao San, zona centrale e affollata di BKK.

Ciò non toglie che abbia fatto tutte le cose turistiche possibili: ho visitato i Templi di Wat Arun e Wat Po, ho assaporato i colori e sapori di Chinatown e, per non farmi mancare nulla, anche tappa a Soi Cowboy, assimilabile al Red Light District di Amsterdam.

E’ stato altrettanto interessante parlare con Edo e i suoi amici italiani del loro amore per la Thailandia, capire perché si trovano così bene, ma anche perché non vedono a Bangkok e in Thailandia il loro domani.

Ciò che mi ha fatto più piacere è stato rivedere un amico brillante, che sicuramente non vedo spessissimo, ma con cui è sempre un piacere trascorrere del tempo, per le sue opinioni mai banali e scontate. (Mia mamma starà pensando: “Mi raccomando la prossima volta che torna in Italia, devi assolutamente invitarlo, così lo conosco anche io”).

Avrei potuto vedere le stesse cose in minor tempo e mettere un’altra bandierina sul mio zaino, ma è andata meglio così!

Grazie. I mean it

G.


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