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Archive for agosto 2010

La Thailandia era tappa obbligatoria e calorosamente supportata dal mio amico Edo, che mi sta ospitando nel suo appartamento di Bangkok. Nonostante nella capitale le cose da fare non scarseggino, dopo nemmeno 24 hr siamo già in partenza: destinazione Full Moon Party, evento che si tiene mensilmente per celebrare la luna piena nelle spiagge di Koh Pha Ngan.

Il giorno prima, arriviamo a Koh Samui, isola limitrofa, dopo la combinazione aereo+bus+traghetto perchè “bisogna avere una giornata intera di riposo per prepararsi psicologicamente all’evento”.

La ripartenza, invece, è prevista due giorni dopo perché “I tempi, quando si parla di Full Moon, non possono essere troppo stretti. E’ una festa che porta conseguenze pesanti in termini di preparazione, hang over ed energie, per cui non calcolare partenze o arrivi fulminanti.”
Il corsivo è di Edo che, essendo al suo quinto Full Moon in 2 anni, la sa lunga in materia e mi aveva dato questi suggerimenti al momento dell’organizzazione.

La partenza per Phangan è prevista per le 18 per riscaldare presto i motori.

Il tuk tuk passa a prenderci dall’hotel e farà tappa a raccattare altri ragazzi diretti al Full Moon. Il primo mito viene sfatato: mi aspettavo gruppi di amici, e invece, insieme a noi, altre quattro coppie di fidanzati. Io e Edo eravamo la “coppia gay”, l’eccezione che conferma la regola. Durante il tragitto, inizia a piovere, per poi diluviare. Arriviamo a Phangan annegati, ma soprattutto senza luna piena.
Le condizioni meteorologiche non favorevoli non placano certo la nostra voglia di divertirci e iniziamo subito con un giro di ricognizione per la spiaggia.

La serata proseguirebbe con molti aneddoti degni di nota, ma una qualsiasi descrizione non renderebbe giustizia a quanto successo e spesso un’immagine vale più di mille parole!

P.S. Edo, dopo il successo di questa edizione, è già alle prese con l’organizzazione della prossima.

G.

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*scritto il 20/08

Tre settimane fa ero a Malpensa e, nell’attesa di salire sull’aereo, mi chiedevo se ne valesse la pena. Perché rinunciare a 20 giorni di meritate vacanze per andare in Bangladesh, uno degli Stati più poveri del mondo? Perché rinunciare a un buon piatto di pasta e ad un materasso per una manciata di riso e lenzuola sporche?

L’esperienza alla Grameen Bank era sicuramente una buona motivazione. Poter vedere da vicino il sistema del microcredito era l’obiettivo. Tuttavia, nonostante sapessi che lo stage era puramente osservativo, mi aspettavo di più. Mi aspettavo di trovare risposte alle mie domande, mi aspettavo un’esposizione chiara del funzionamento della banca. Troppo spesso ho sentito ripetermi le stesse cose senza avere la possibilità di approfondire e andare oltre. Le mie/nostre domande trovavano risposte tautologiche o spesso non soddisfacenti.  La lingua si è dimostrato un ostacolo non indifferente, nonostante la Lonely Planet reciti “English is widely spoken and understood in the whole country”!! BULLSHIT, mi verrebbe da rispondere: NON E’ VERO!

A distanza di tre settimane, ho trovato risposte ai miei perché, e se l’esperienza in banca non è stata a 360 gradi, mi ha permesso non solo di conoscere una realtà completamente differente da un occhio privilegiato, ma di mettere alla prova anche me stesso. Vivere in un villaggio senza corrente e nel mezzo del nulla mi ha fatto apprezzare molte delle cose che davo per scontate in Italia. Lavarsi i denti con l’acqua del lavandino e una bella doccia calda erano solo ricordi e mi hanno fatto render conto di quanta fortuna abbia avuto io, ma anche tu che leggi, a essere nato dalla parte “giusta” del mondo.

Per fortuna queste esperienze sono state condivise con altri stagisti, e il “mal comune, mezzo gaudio” ci ha permesso di legare molto in un periodo così breve. Molti di loro proseguono per una settimana ancora, io ho preso “bagaglio e burattini” e sto aspettando il mio volo per Kuala Lumpur. Tre settimane sono il tempo giusto per un’esperienza del genere, molti di loro invidiano la mia partenza.

Inizialmente, non vedevo l’ora che arrivasse il 20 di agosto per iniziare la vacanza. Ora, sì, non vedo l’ora di proseguire, ma allo stesso tempo soddisfatto di questa esperienza a tutto tondo.
L’sms di Max “ We miss you already Giamma. Have a nice time”, mi fa partire verso altri lidi con il sorriso sulle labbra, con la consapevolezza di avere “lasciato” qualcosa, e con una risposta in più alla domanda “Chi me l’ha fatto fare”.

G.

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Day 25 – Kuala Lumpur

La compagnia low cost AirAsia ha come unico collegamento con Dhaka, Kuala Lumpur. Così, decido di fermarmi un week end, per poi ripartire alla volta di Bangkok!

Per l’occasione contatto Yen, un ragazzo malese conosciuto negli Stati Uniti, che, gentilissimo, si offre di ospitarmi a casa sua per le prime due notti. Premesso che a Kuala Lumpur non c’è niente da fare, Yen aveva già programmato tutto il weekend e il mio arbitrio è stato pari a zero. Faccio buon viso a cattivo gioco e mi adatto al suo programma. La sera è prevista cena con i suoi genitori: una bourguignonne di pesce, specialità malese, che non è proprio una prelibatezza tanto che mi porta a rimpiangere il riso “scotto” del villaggio.
Tornati a casa, si va in un mega shopping mall, poco fuori KL,  dove fra negozi e ristoranti c’è anche una semidiscoteca. Abituato al nulla del Bangladesh, è comunque oro colato! La mattina successiva Yen aveva organizzato un calcetto alle ore 10, che ho gentilmente declinato.

Dopo pranzo, Yen mi accompagna in ostello, nel quale trascorro l’ultima notte in terra malese, e inizio a girovagare fra i vari centri commerciali della città. Tutta la giornata è vissuta in attesa della cena: un collega di mio padre (che sospettavo avesse la vista lunga) mi consiglia un buffet di sushi all’interno del Traders Hotel con seguente bevuta al 33esimo piano dello stesso Hotel, con vista sulle Petronas Towers.

Mi siedo a tavola e il cameriere mi chiede il numero della camera. Gli spiego il malinteso, facendogli capire che alloggio nell’ostello due isolati più a sud e che non potrei permettermi neanche mezz’ora in una delle camere dell’hotel. Mi sento un pesce fuor d’acqua considerando che sono circondato da una coppia d’inglesi venuti a svernare al caldo, una coppietta palesemente in luna di miele e due arabi con il petrolio che gli esce dal turbante.

Me ne frego e inizio la spola tra il mio tavolo e il bancone. Al terzo giro, decido di fermarmi e chiedo al cameriere se il gelato è incluso nel prezzo. Due palline alla fragola non mi sono mai sembrate così buone: mi rideva anche il culo!! Euforia che svanisce quando il cameriere porta il conto. Con la stessa cifra in Bangladesh avrei mangiato per una settimana.

Fatto 30, bisogna fare 31, anzi 33, che è il piano dove si trova il Lounge Bar. Il prezzo dei cocktail include anche la vista mozzafiato alle torri. Ma stasera va così, le pene dell’inferno sono già state scontate.

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Non tutti i giorni si ha la possibilità di incontrare il vincitore del premio Nobel per la pace. Se si guarda all’ “albo d’oro”, vedi nomi che studi solo sui libri di storia, che sembrano lontani anni luce, circondati da un’aurea di ammirazione e rispetto. Per citarne alcuni:

1964 – Martin Luther King
1979 – Madre Teresa di Calcutta
1990 – Michail Gorbaciov
1993 – Nelson Mandela

L’altro giorno abbiamo incontrato il professor Yunus, fondatore della banca Grameen, vincitore del premio nel 2006 per “lo sforzo per creare lo sviluppo economico e sociale dal basso”. Non sapevo bene come prepararmi: magari qualche frase fatta sul perché ero in Bangladesh, quali erano i miei interessi e il mio percorso studi.
Niente di tutto questo.

Solamente foto. Un incontro di 20 minuti per fare decine di foto. Prima foto di gruppo e poi foto individuali. Per un momento ho pensato di essere da Madam Tussaud e fare foto con una statua di cera con il sorriso stampato sul volto.

Noi tutti avremmo preferito sfruttare quei 20 minuti per un confronto costruttivo piuttosto che per un paio di foto. Ci siamo sentiti trattati come se l’unica cosa che importasse fosse il cimelio da incorniciare una volta tornato a casa, da mostrare a parenti e amici e poter dire “Gli ho stretto la mano”.

G.

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Domenica era festa nazionale e, con gli altri intern, ne abbiamo approfittato per fare un giro in barca sulle rive del fiume. Sulle sponde del fiume lavorano migliaia di persone, immagino per meno di un centinaio di taka al giorno (1 €), che si occupano di riparare navi e attività correlate. Con loro vivono i loro figli: ridono e scherzano tra di loro. Non chiedono la carità, ma solamente il tuo nome.

Sembrano inconsapevoli di vivere in una baraccopoli, inconsapevoli che la camera che condividono con i genitori e i fratelli è più piccola della camera dove dormiamo noi, da soli. Sono spensierati e si divertono con poco, hanno sempre il sorriso sulle labbra e un tuo sorriso ricambiato può cambiargli la giornata. Se poi, con il tuo bangla improvvisato, gli dici il tuo nome e che sei italiano (Italia-Desh) , sono ancora più felici. E’ incredibile come un piccolo gesto possa fare felici bambini, che non hanno niente, se non un’enorme dignità.

“If this little action makes so many people so happy, why shouldn’t I do more of this?” (M. Yunus)

G.

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Circa una settimana fa è arrivata una email dall’università di Bangalore inerente i corsi che verranno offerti il prossimo semestre e i relativi programmi. Per scegliere i corsi, il meccanismo è abbastanza complicato: non basta indicare le proprie preferenze, ma viene effettuata un’asta con gli altri studenti.
Si ha a disposizione un budget di 1000 punti e bisogna decidere come spalmare questi punti sui corsi che si intendono frequentare. Non è finita qui. Prima dell’asta vera e propria, c’è il mock bidding, una selezione preventiva dei corsi, nella quale si selezionano i corsi che si vogliono seguire in modo che al momento dell’asta vera e propria, ciascuno studente sa se il corso X ha molte richieste o meno. Se non partecipi alla mock bidding vieni addirittura penalizzato di 200 punti…un po’ come “andare in prigione senza passare dal via”.
I corsi vengono poi assegnati in ordine decrescente di offerte fino al riempimento degli slot disponibili, con il rischio che alla fine dell’asta i corsi sui quali avevi “puntato” ti vengano scippati da altri studenti che hanno offerto di più.

In questo periodo, gli anni scorsi, sarei sotto l’ombrellone a sfogliare la Gazzetta dello Sport a studiare le quotazioni dei vari giocatori, pensare a chi calcia i rigori, a chi fa l’assist smarcante o chi prende meno cartellini gialli. Ora invece, penso che il corso X può avere più richieste del corso Y, che il corso Z ha pochi posti e che quindi devo puntare forte su quello.

Quest’anno il battitore d’asta non chiamerà Cassano e Totti, ma Investment Banking e International Finance.

G.

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Se al mio arrivo a Dhaka qualcuno mi avesse detto: “Fra 2 settimane non vedrai l’ora di tornare qua”, l’avrei preso per folle.

Andiamo con ordine. Dopo la prima settimana nel quartier generale a Dhaka, lo stage prevede un’escursione di 5 giorni in un villaggio per osservare le mansioni svolte day by day da parte del “branch office”. A detta di altri stagisti che avevano già fatto la stessa esperienza,  la settimana in villaggio è il momento saliente dell’esperienza in Bangladesh e le mie aspettative erano molto alte. Per questi 5 giorni veniamo suddivisi in vari gruppetti da 3. Io sono con Louis, un ragazzo kazako che di cognome fa Albertini, ma vive negli USA e Asif, 28 anni portati malissimo, bengalese. Ricapitolando: io, Borat e il rosaio a cui comprerete gli occhiali fluorescenti la notte di Ferragosto. Gruppo abbastanza composito, quanto meno a prima vista.

Arriviamo a Munshirhat dopo 7 ore di viaggio. Ad attenderci ci sono riso e dal, zuppa di piselli/fagioli, che mangeremo ininterrottamente, pranzo e cena, fino all’ultimo giorno. L’elettricità va e viene, anzi non va proprio, e se per la luce non è un problema, l’assenza di un ventilatore si fa sentire non tanto per i 40 °C, ma per l’umidità che raggiunge facilmente l’80%.  La prima sera, in uno dei rari momenti di “luce”, individuiamo senza troppa fatica un ragno, grande una spanna, sopra le nostre teste: il traduttore che è con noi però non è preoccupato e dice di non spaventarsi perché questi ragni sono “friendly”. Nonostante si sudi anche solo a giocare a carte, per la prima sera decido di non fare la doccia, aspettando di farla in un momento di buio, nel quale non mi rendo conto del colore dell’acqua con cui mi lavo, presumibilmente giallognolo. Prima di andare a letto sistemo accuratamente la zanzariera di cui sono dotati i nostri “letti” sperando di risvegliarmi il mattino seguente senza una tarantola sul cuscino.

I seguenti tre giorni passano molto lentamente: le attività sono sempre le stesse e la calma orientale spesso si tramuta in inefficienza. A mezzogiorno abbiamo già finito e arrivare a sera è dura, specialmente nelle suddette condizioni. La magra consolazione è quella di vedere la luce in fondo al tunnel e poter pensare che per me è una prigione forzata, mentre c’è gente per cui queste sono le condizioni ordinarie.

Per tornare a Dhaka, ennesima odissea. Le strade non hanno regole e spesso rischi il frontale con altri camion e non c’è da stupirsi se sei letteralmente bloccato a causa di qualche incidente. Ad un certo punto, vediamo per la strada persone che infuocano un camion, reo di aver investito, e ucciso, un motociclista. Una volta arrivati a Dhaka, l’attesa è di altre 2 ore prima di arrivare in hotel. Ieri, era anche il primo giorno di Ramadan e le strade erano intasate da fedeli che andavano a pregare e dalla gente in strada per le ultime abbuffate prima del digiuno dei prossimi giorni.

Il “village trip” era partito con troppe aspettative, molte delle quali disattese, ma guardo al bicchiere mezzo pieno e sono sicuro che quando ripenserò a quest’esperienza lo farò con un sorriso.

G.

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