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Archive for novembre 2008

Virginia on the Road

Il week end prima del Thanksgiving non offriva molto: diversi exchange già in vacanza, altri impegnati con assignment e paper da scrivere, altri squattrinati…e la domanda sorge spontanea: che cosa faccio io a Chapel Hill? Allora si cerca di organizzare qualcosa, per altro con pochi adepti a disposizione. Lonely Planet alla mano si vede che Atlanta è a 6 ore di macchina e non offre moltissimo; Philadelphia è a 7 ore di distanza e la sfacchinata per un week end sarebbe eccessiva; il freddo ci tiene lontani dalle mountains del North Carolina; la scelta cade dunque sull’adiacente stato della Virginia, una delle prime 13 colonie inglesi che ci attira per lo sfondo storico che la circonda. La capitale della Virginia è Richmond, dove ha la “fortuna” di studiare il mio coinquilino a Milano, la visita è quindi d’obbligo. La destinazione della seconda serata è invece lasciata al caso e verrà decisa on the spot.

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Partenza fissata per venerdì mattina quando con alcuni italians e daniel, exchange brasiliano, ci dirigiamo alla volta di Richmond. Nonostante tutto a mezzogiorno abbiamo appena finito la colazione in una pasticceria a Raleigh, dove avremmo dovuto, fra le altre cose, fare un giro in un outlet, la cui esistenza è tuttora ignota. Detto questo il viaggio prosegue ci dirigiamo verso Richmond e una volta depositati i bagagli cerchiamo disperatamente, nella desolazione più totale, anche solo un fast food per rifocillarci. Alla reception del Crowne Plaza Hotel, dove abbiamo alloggiato per soli 35$, sono i primi a chiederci cosa ci facciamo a Richmond! La concierge ci scambia quindi per una rock band, che spiazziamo prontamente con la domanda, “Are there any nice places to see round here?!”. Dopo qualche secondo di indecisione ci indica Cary St. come cuore pulsante della vita richmondina. Il fatto che alle 4 fossimo già a bere birra in un pub Irish rende l’idea sulla scarsità di attrazioni che Richmond propone. Disperato, contatto Gimmi e lo raggiungiamo all’University of Richmond, a una ventina di minuti da downtown. Arrivati quà, raggiungiamo Gimmi, che è in biblioteca con gli altri bocconiani e ci raccontiamo gli aneddoti sulla nostra esperienza da exchange students. La serata prosegue a cena, in uno dei pochi locali di Richmond e poi all’Holiday Inn. Quà siamo ospiti degli internationals di Richmond, tutti agghindati per un formal party. Trascorsa una piacevole serata, salutiamo i ragazzi di richmond e iniziano le riflessioni sul nostro erasmus, ora ci sentiamo fortunati e apprezziamo Chapel Hill ancora di più. Sarà il campus di sole 2000 anime, sarà la città poco alettante o un insieme di cose che ci ha fatto urlare all’unisono: “Per fortuna che non sono venuto a Richmond!” 

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Alle 11 il capitano suona la sveglia, apre le finestre e inizia a sbraitare. Così, da prodi fedeli, ci alziamo e si parte alla volta di Williamsburg, uno dei primi stabilimenti inglesi in terra americana. Il posto è tutto creato ad hoc per i turisti, dell’età media superiore ai 50. Il luogo è comunque molto suggestivo e sicuramente molto meglio di Richmond. Dopo pranzo, proseguiamo per le strade della Virginia, che meriterebbero una sosta ad ogni miglio per fotografare i diversi colori delle foglie e i paesaggi mozzafiato che attraversiamo. Continuiamo così verso Jamestown, altra località fra le prime fondate dai padri pellegrini, dove facendo pena al poliziotto, evitiamo di pagare l’ingresso a 10$ alle rovine di quello che resta dell’insediamento inglese..

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Dopo questa spruzzata di cultura dobbiamo decidere sul da farsi, se andare a VirginiaBeach o Charlottesville, sede dell’University of Virginia. Nonostante Virginia Beach sia a 50 minuti di macchina, sarebbe come andare a Rimini d’inverno, con l’aggiunta che i locali della riviera romagnola non hanno proprio nulla a che fare con quelli americani. La scelta ricade quindi su Charlottesville, località più lontana, ma che si prospetta più vivace e grazie alla guida del nostro Capitano, in meno di due ore arriviamo a destinazione. 

La ricerca dell’hotel risulta più complicata del previsto e la nostra “rock band” si accontenta della Suite all’Hampton Inn. Dopo una cena in un locale situato nella college area, ci dirigiamo a downtown, dove spendiamo la serata in un paio di locali!! Alla fine di tutto ci spacciamo per studenti locali e riusciamo a turlupinare il tassista che praticamente ci regala la corsa, pensando fossimo exchange alla UVA, anzichè studenti dell’odiatissima e rivale UNC…

La domenica si ritorna in North Carolina, doppiamente contenti sia perchè ora apprezziamo Chapel Hill da un ulteriore punto di vista, sia per l’aver trascorso un week end diverso ed essercela passata nonostante la Virginia non sia certo DisneyWorld!

Ora martedì si riparte, tappa prima a casa di Amanda, amica americana, per una serata a Raleigh e poi il mercoledì la destinazione è la Grande Mela. FINALLY.

Take it Easy 

G.

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UNC Basketball vuol dire Michael Jordan e i suoi pantaloncini, che come tutti hanno imparato da Space Jam, vestiva sempre in allenamento. Ma vuol dire anche James Worthy, Vince Carter, Antawn Jamison, Jerry Stackhouse e Rasheed Wallace. UNC Basketball è la crème de la crème, un ragazzo dell’High School non potrebbe chiedere di meglio di una borsa di studio per essere un Tar Heel. Vestire la maglia bianco celeste è un onore, non un onere. E così l’atmosfera che si respira al DeanDome è quella di non poter fallire una partita, perchè se vesti Carolina Blue, devi dimostrare di meritarti quella maglia e lottare su ogni pallone, fino all’ultimo possesso, specialmente se giochi contro l’odiata Duke.

Ma facciamo un passo indietro. 

“Congratulations!  You have been randomly selected to receive student tickets to the UNC vs. Kentucky basketball game on November 18, 2008”

Iniziava così la mail che mi annunciava la vittoria della lotteria per il match di basket tra UNC e Kentucky. Appena letto, ho fatto un salto sulla sedia e mi sono detto…Che culo! Infatti non importa se sei un fan sfegatato o se non te ne frega nulla, se non sei mai stato al DeanDome o  se sei uno studente exchange asiatico che vuole andare solo per scattare qualche foto, dove una volta giocava uno con il 23 sulle spalle….è tutta questione di fortuna. I biglietti per gli studenti vengono infatti estratti a sorte fra coloro che partecipano alla lotteria. La dea bendata questa volta ha baciato me e quindi…che partita sia!! Ogni studente selezionato può portare un amico e deve presentarsi all’entrata rigorosamente nella fascia d’orario presente sul biglietto per accaparrarsi i posti migliori. Così con Andrea, alle 7 passiamo a prendere altri exchange che come me avevano vinto i biglietti per la Phase 2, e siamo dunque davanti ai cancelli ben prima dell’inizio della partita. Dopotutto non possiamo lamentarci, il solo fatto di averne avuto l’occasione ci può lasciare ben soddisfatti!

Alle 9 la palla a due e i Tar Heels chiudono la pratica nei primi 5 minuti siglando un parziale di 15 a 2 e il loro vantaggio non andrà mai sotto la doppia cifra fino alla fine della partita. La partita è stata piacevole, con giocate spettacolari, nonostante l’assenza di equilibrio e di Tyler Hansbrough, stella della squadra che per i numeri che sta accumulando viene addirittura paragonato a MJ.
Dopo i primi minuti inizia la girandola delle sostituzioni e con il numero 4 entra un certo Bobby Frasor, il nome non mi dice nulla, ma la faccia l’avevo intravista da qualche parte…dopo pochi minuti realizzo quindi che è quella roccia che siede davanti a me ad Operations e mi dico quindi risoluto a chiedergli la maglietta giovedì prossimo in classe.

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Oggi oltre al match ho finito anche Business Plan, con la presentazione del mio gruppo davanti alla classe, elaborato intorno alla nostra business idea di un programma di BikeSharing. 5 minuti di presentazione a spiegare nei dettagli la “nostra” strategia di marketing e sul come far attechire la nostra idea nei campus americani. Finisce quindi il secondo corso, dopo Strategy, che senza dubbio penso sia stato il più utile e meno faticoso di questa mia esperienza. Giovedì, con la presentazione del gruppo di Operations, finirà questo tour de force prima del Thanksgiving che trascorrerò nella grande mela. Ma questo week end si prospetta un road trip della Virginia, alla ricerca dei campi di battaglia della guerra civile americana e di qualcosa di diverso dalla routine di Chapel Hill.

Take it easy

G.

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Rushing Carolina…

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Oggi sono cambiate le tazze da starbucks, sono rosse e hanno addobbi natalizi. D’altronde manca un mese e 15 giorni a Natale. Ancora meno al mio ritorno. Le foglie stanno cambiando colore: il campus, che fino a qualche settimana fa era di un verde rigoglioso, si sta trasformando: gli alberi sono rosso e giallo acceso, e sembra totalmente un altro posto. La settimana appena trascorsa è stata a dir poco frenetica: lavori di gruppo, assignment hanno occupato la maggior parte del mio “daylight”, ma si sono spesso inoltrati fino a tardi. Nonostante tutto, sembro però non accusare eccessivamente la stanchezza, infatti ogni sera ho trovato il tempo per almeno una birra. Penso sia dovuto alla sensazione di dover ancora fare troppe cose, tantissime; ma con la voglia di non perdere nemmeno un minuto, per poi recriminare di non aver fatto questo o quello. Poi mi ritrovo a dormire ad orari insensati, a farmi dei palughi dalle 7 alle 9 di sera, o dalle 11 alle 14. Salto pranzi e ritardo cene, ma non accuso il colpo, anzi l’essere impegnato mi da la carica per fare le cose fatte bene in poco tempo, senza sprecare troppo tempo. D’altronde sono fatto così, più cose ci sono da fare più rendo. Come se non bastasse, ho anche iscritto ad un torneo di calcetto la squadra di exchange, della quale sono ufficiosamente capitano. ( Il capitano è quel “babbo” di Sergio, che pur di essere parte della squadra, ha accettato di partecipare ai meeting e a tutte le altre menate varie). Persa la prima partita allo scadere, subendo un goal in fuorigioco; abbiamo vinto la seconda di puro orgoglio e ci siamo qualificati per i playoff che iniziano proprio domani. Altro impegno in agenda che si aggiunge a : “studiare strategy: exam 15%”. 

Vista la situazione non perdo altro tempo e vi saluto.

Take Care

G.

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4 Novembre 2008. Eravamo  40 exchange students, in ansia, tutti davanti ad un maxi schermo al Jack Sprat, pub che lascerà un ricordo indelebile nella mia esperienza americana. La prima sera, tutti qui a conoscerci, impauriti dall’esperienza che ci aspettava; oggi, 3 mesi dopo, tutti con lo sguardo rapito verso un televisore, pronti per essere testimoni della storia, pronti per dire…IO C’ERO.
Mi chiedo il perchè di tanta ansia e apprensione anche nei miei fellows exchange, poi mi rendo conto che ieri è stato un giorno di cui si sentirà parlare in futuro, un giorno che sarà ricordato nei libri di storia, un giorno che potrò raccontare ai miei nipotini e dirgli IO C’ERO.

“Is the answer spoken by young and old, rich and poor, democrat and republican, black, white, hispanic, asian, native american, gay, straight, disabled and not disabled, americans who sent a message to the world, that we have never been a collection of individuals or a collection of Blue states and Red states, we are and always will be the UNITED STATES OF AMERICA”

Ogni volta che parla, ti lascia basito per il contenuto di quei discorsi che vanno oltre a semplici promesse o a annunci. Parole che lasciano un segno. Parole che lasciano il segno su di me, che negli States sono solo di passaggio; parole che lasciano il segno un pò a tutti noi, in modo particolare a noi italiani. Italiani che da troppo tempo non vedono una persona nuova pronunciare parole nuove, un’Italia dove tutto viene fatto sotto banco, dove vince il più furbo, non il più onesto. Quindi mi sento orgoglioso per essere una parte infinitesima di quel cambiamento che si respira e che è tanto atteso. Un cambiamento di mentalità che spero arrivi anche aldilà dell’Atlantico: e non parlo di politiche economiche o estere, parlo di una scossa che faccia capire ai politicanti italiani, che ci siamo rotti le scatole delle solite brutte facce, dei soliti inganni. Per fare capire proprio a loro che sembrano aver piantato le radici in quelle seggioline rosse che ci siamo stancati.

Obama, non è solo il leader della nazione, che piaccia o no, più potente del mondo, è un presidente nuovo, giovane che può ispirare molti altri, persone che con grinta, energia e perseveranza possono arrivare dove è arrivato lui. Perchè queste sono le parole che ha pronunciato davanti ad una folla festante a Chicago:

“If there is anyone out there, who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our funders is alive in our time, who still questions the power of our democracy; TONIGHT IS YOUR ANSWER”

E io, come molti altri, voglio credere che questo sia un giorno importante per la storia del mondo. 

In bocca al lupo Presidente

G.

 

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Halloweeeeeeeeeeeeen

Già a inizio settembre erano iniziati i preparativi per Halloween, vedi i negozi colorarsi di arancione e nero, i ragazzi cercare il vestito più adatto e originale e gli ufficiali dell’ordine pubblico a dettare leggi e orari per la sicurezza per le strade. Questi sono gli USA con la loro smania di fare le cose in grande a tutti i costi. A Chapel Hill il tutto è amplificato, infatti la cittadina universitaria raccoglie ragazzi e famiglie da tutto lo Stato che accorrono per la sfilata in Franklin Street. Tutti sono eccitati, tuttavia le regole sono chiare: a mezzanotte si chiude baracca e burattini. Noi, che siamo internationals non vogliamo rompere le regole e quindi se il tutto deve finire a mezzanotte, beh allora non ci resta che anticipare i festeggiamenti e iniziare il tutto alle 7 quando ci si ritrova da Jono per qualche pre-drinks.

Il costume che avevo scelto per l’occasione era quello di SuperMario…era da tempo che lo dicevo, ma alla fine mi sono ridotto ad ordinarlo giusto settimana scorsa, con l’altissima probabilità che non arrivasse. Così è stato, e venerdì pomeriggio ero ancora in mutande (cosa che peraltro è rimasta tale per tutta la serata). In preda alla confusione e all’assenza di un Halloween Costume Shop a Chapel Hill, ero veramente senza alcuna idea. Così mi sono dovuto affidare alla madre di tutti i travestimenti, che se ben fatta ha comunque un discreto successo. Di corsa quindi vado a Franklin Street a prendere collant rosso fuoco e una parrucca impolverata che probabilmente il commerciante non avrebbe mai venduto. Poca spesa tanta resa, si dice in questi casi e così alle 6 vado da Silvia per la fase “trucco e parrucco”. Mi imbottisco il reggiseno di bambagia e carta igienica e mi affido a Silvia per ogni dettaglio del make-up, fase chiave del successo del mio travestimento…con un rossetto rosso vermiglio che ha resistito tutta la serata e il neo alla Marylin che era la ciliegina sulla torta di questo travestimento occasionale. Il travestimento da puttanona di turno è fantastico, ma per testare il mio grado di immedesimazione nel ruolo ho bisogno di qualcosa di più. Così prima di andare da Jono, in attesa di altri exchange al semaforo, mi avvicino al ciglio della strada e sfodero la gamba pelosa, ben mascherata dal collant. Capisco che il travestimento è riuscito quando il signore fermo al semaforo, con la mano mi fa cenno di non essere interessato. Conscio delle mie potenzialità sono pronto per la festa.

 

Ci si ritrova alle 7 e alla spicciolata arrivano tutti gli exchange invitati, ce n’è per tutti i gusti: da Superman a Madonna, da uno sceicco degli emirati ad un prete pedofilo, da Batman al pappone della situazione, da un Jamaicano fallito all’ultimo dei punkabbestia, da un cucciolo dalmata ai Ghostbusters. Una volta riscaldata la situazione ci si dirige in massa verso Franklin Street, cuore pulsante della festa. Si rimane insieme per una breve passeggiata nella parata per poi recarsi per un altro paio di drinks all’amato Jack Sprat. Come preannunciato a mezzanotte in punto entra in campo la polizia che smantella la strada e invita tutti a ritornare a casa, o meglio a cercare un festino a casa di qualche amico…e così sia, si arriva fino a Carrboro, 10 minuti a piedi e ci si ritrova con gli altri exchange che si erano persi per strada. Si rimane fuori per un paio di minuti e realizziamo subito che i collant non reggono molto e quindi è meglio gettarsi nella mischia e ballare più che rimanere fuori a raggelarsi le chiappe. Si rimane fino alle 2.30 quando lo stomaco incomincia ad accusare la mancata cena e così in massa ci si sfama con una fetta di pizza.

Halloween è al capolinea, il sorriso è sulla bocca di tutti per essersi travestiti, aver ballato ed essersi divertiti una mucchio…ma soprattuto per avere avuto la possibilità di dare una palpatina gratis al mio fantastico seno…

 

 

G.

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